Le donne soldato esultano ora che sono “combat” (ma la pipì nelle bottiglie?)

New York. Il segretario della Difesa uscente, Leon Panetta, ha uno spiccato senso per la questione femminile: da anni ogni fine settimana prende un aereo da Washington per raggiungere la moglie Sylvia nella loro casa di Monterey, in California. Il suo predecessore, Bob Gates, se ne stava nel suo appartamento blindato di Washington anche nei fine settimana e la moglie non si era mai trasferita nella capitale perché tanto non avrebbe comunque visto il marito.
12 AGO 20
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New York. Il segretario della Difesa uscente, Leon Panetta, ha uno spiccato senso per la questione femminile: da anni ogni fine settimana prende un aereo da Washington per raggiungere la moglie Sylvia nella loro casa di Monterey, in California. Il suo predecessore, Bob Gates, se ne stava nel suo appartamento blindato di Washington anche nei fine settimana e la moglie non si era mai trasferita nella capitale perché tanto non avrebbe comunque visto il marito. Su indicazione del capo della Forze armate, il generale Martin Dempsey, Panetta ha rimosso ufficialmente il divieto per le donne in uniforme di servire in posti di combattimento, una misura approvata dal Pentagono nel 1994 e da allora mille volte contestata, anche per vie legali, dalle associazioni per la parità. Nessuna legge impedisce alle donne di essere mandate al fronte, di partecipare alle operazioni speciali, di dare il loro contributo nelle situazioni militari più pericolose, era un regolamento interno di quel boys club che è il Pentagono, con le sue logiche da spogliatoio e i suoi rituali maschili. Ed è il Pentagono stesso che ha deciso di fare un passo avanti, di compiere quel percorso di parificazione dei diritti iniziato con la rimozione del “don’t ask, don’t tell” – il divieto per i gay dichiarati di arruolarsi, altro mandato dell’èra Clinton – e concluso con l’apertura di 230 mila posti nei ranghi militari finora preclusi alle donne. Panetta mette così il sigillo finale nella sua legacy prima di tornare a coltivare noci in California, e la disposizione fa particolarmente piacere al Barack Obama del secondo mandato, tutto orientato a perseguire la sua agenda liberal. “Tutte le persone nei ranghi militari – ha detto Panetta – si sono prese l’impegno solenne di combattere e, se necessario, di morire per difendere la nostra nazione. Dobbiamo loro il permesso di perseguire ogni strada nel servizio militare e di occupare tutte le posizioni per cui sono qualificati. Le loro carriere e le loro opportunità devono essere basate solamente sulle capacità. Tutti devono avere questa possibilità”.
Basta dunque con la storia che le donne vanno bene per consegnare cibo nei villaggi e a tutt’al più per le ricognizioni, il Pentagono le ha addestrate per qualunque missione, per sparare e per difendere le sorelle e i fratelli in armi, e anche per guidare i sottomarini da guerra, uno dei più antichi tabù sulla presenza femminile. La vita nel sottomarino è complicata e non particolarmente igienica, le donne sono state sempre tenute fuori dalle missioni sotto la superficie, ma anche questo vecchio dispositivo è stato smantellato, sulle orme di Gran Bretagna, Canada e Australia, che hanno aperto alle soldatesse con successo. Tutto è accompagnato, naturalmente, dalle grida di giubilo delle femministe di tutta America e delle associazioni per i diritti civili. Il loro eroe immediato è Panetta, ma l’eroe in chief siede nello Studio ovale e promette di appianare le disparità che affliggono l’America. A dirla tutta, gli uomini del Pentagono che si sono trovati nel Tank, l’antro blindato dove si riuniscono le alte gerarchie della Difesa, hanno approvato la riforma sapendo che la resistenza degli oppositori sarebbe stata risibile. Troppo impopolare opporsi a muso duro alla parità sessuale, troppo rischioso farne una guerra culturale in campo aperto. Chi storce il naso di fronte all’iniziativa di Panetta oppone argomenti legati all’efficienza, oppure cerca, come Ralph Reed della Faith and Freedom Coalition, di smascherare il tic liberal e populista che si nasconde dietro al provvedimento dell’Amministrazione.
Sul Wall Street Journal Ryan Smith, un ex soldato che era in prima linea nell’invasione dell’Iraq, racconta a forza di immagini scioccanti l’inadeguatezza delle donne in certi contesti: i blindati stracolmi di uomini che fanno pipì nelle bottiglie e tutto il resto in sacchetti d’ordinanza, le piaghe ai piedi, il caldo insopportabile, l’umiliazione di essere infine denudati e lavati con le pompe in mezzo alla strada. Può una donna sopportare tutto questo? Fa bene alla causa della guerra mettere donne e uomini nello stesso calderone militare? Smith ne fa una questione pratica e non c’è dubbio che la sua visione sia popolare nei ranghi. Ma a parole è un grande passo per l’umanità, e Panetta è il gran progressista che ha buttato nel cestino della storia rimasugli lasciati da una mentalità retrograda. Nella realtà operativa, poi, la partecipazione delle donne in certe missioni finora vietate sarà comunque concessa a discrezione dei superiori. E in un certo senso è sempre stato così, anche a parti invertite.
Ryan Crocker, ex ambasciatore in Iraq e Afghanistan, dice che “nelle guerre non convenzionali non c’è una vera distinzione fra i ruoli di combattimento e quelli ordinari. Ho avuto l’onore di dare la medaglia per la fanteria a due donne, nessuna delle quali era tecnicamente parte della fanteria, perché non potevano esserlo. Però lo erano”. Michèle Flournoy, primo sottosegretario donna del Pentagono che si è giocata dietro le quinte la nomina al comando con l’ex senatore Chuck Hagel, dice che “è la cosa giusta da fare, perché se un soldato è fisicamente e mentalmente in grado di assolvere un certo compito deve avere il diritto di farlo”. E non è soltanto una carineria a scopo politico: i “dati reali” del Pentagono dicono che il cambiamento non creerà problemi: “Le Forze armate stanno già cambiando”. Obama si limita a mietere il raccolto politico.